Quando le donne sono diventate isole

L’emancipazione e il grande equivoco del lavoro

Maria De Rose · Versione integrale

Una versione breve di questo testo è stata pubblicata sul Quotidiano del Sud il 19 ottobre 2026, a pagina 8, con richiamo in prima pagina.

Ci hanno raccontato che il lavoro ci avrebbe emancipate. Eppure mia nonna lavorava. Lavorava insieme a mio nonno, come hanno lavorato milioni di donne prima che qualcuno decidesse di identificare il lavoro femminile con l’emancipazione. Le donne hanno sempre lavorato: nei campi, nelle botteghe, nelle aziende di famiglia, nei mercati e nelle case. Allevavano animali, amministravano economie domestiche, producevano beni, crescevano figli, assistevano anziani. Era lavoro reale, necessario alla sopravvivenza materiale e alla continuità della comunità, anche quando non compariva in una statistica e non generava una busta paga.

La trasformazione decisiva non è stata dunque il passaggio da una donna che non lavorava a una donna che lavora. È stata, piuttosto, la progressiva identificazione del valore sociale con il reddito monetario e con il lavoro riconosciuto dal mercato. L’indipendenza economica femminile ha rappresentato una conquista essenziale perché ha ampliato le possibilità di scelta e ha ridotto forme di dipendenza che potevano diventare oppressive. Ma, insieme a questa conquista, è avvenuto qualcosa di cui abbiamo parlato molto meno: abbiamo progressivamente indebolito l’interdipendenza. La donna contemporanea può essere economicamente più autonoma della propria nonna e, nello stesso tempo, essere molto più sola.

Dalla comunità all’individuo

Questa solitudine non nasce soltanto dalla trasformazione della famiglia. È il risultato di un processo storico molto più lungo, che ha progressivamente modificato il rapporto tra individuo e comunità. Per secoli la vita umana si è svolta all’interno di reti di appartenenza molto più dense di quelle contemporanee. La famiglia allargata era soltanto una di queste reti. Accanto ad essa esistevano il vicinato, il villaggio, la parrocchia, le confraternite, le corporazioni, le comunità di mestiere, le reti di mutuo aiuto e una molteplicità di relazioni informali fondate sulla reciprocità. Queste strutture non erano necessariamente idilliache: potevano essere oppressive, gerarchiche, invadenti e limitare fortemente la libertà individuale. Tuttavia assolvevano anche una funzione che oggi tendiamo a dimenticare. Distribuivano il peso dell’esistenza tra molte persone.

La modernità economica ha progressivamente trasformato anche il modo in cui soddisfiamo i bisogni fondamentali della vita. Con l’estensione del mercato e dello scambio monetario, molte attività che un tempo erano incorporate nei rapporti familiari e comunitari sono diventate prestazioni acquistabili: non è necessariamente cambiato il bisogno a cui rispondono, ma è cambiata la natura del rapporto attraverso cui quel bisogno viene soddisfatto. Una madre che prepara la cena a un figlio e un ristorante che serve un pasto possono offrire materialmente la stessa cosa, ma nel primo gesto sono contenuti anche affetto, appartenenza e reciprocità, mentre nel secondo la relazione si conclude legittimamente con un conto da pagare. La forza della moneta sta proprio nella sua capacità di rendere impersonale lo scambio, permettendoci di ricevere beni e servizi senza dover appartenere gli uni agli altri. Il capitalismo, attraverso questo meccanismo, ha prodotto ricchezza, specializzazione e un enorme miglioramento delle condizioni materiali di vita; allo stesso tempo, però, l’estensione della logica di mercato a una parte crescente dell’esistenza ha reso meno necessarie alcune forme di interdipendenza quotidiana e ha contribuito a trasformare progressivamente la persona inserita in una rete di rapporti in un individuo sempre più autonomo. Il punto non è rimpiangere un passato idealizzato né mettere in discussione i benefici del progresso economico, ma riconoscere che quando una funzione passa dalla relazione alla prestazione possiamo guadagnare efficienza e libertà senza necessariamente conservare il valore umano che quella stessa funzione conteneva quando era parte di un legame.

La società contemporanea tende così a concepire l’adulto ideale come un soggetto autonomo, mobile, produttivo e capace di provvedere a se stesso. Dipendere dagli altri viene facilmente percepito come una debolezza; avere bisogno di una rete sembra quasi il segno di un’insufficienza personale. Eppure l’autosufficienza è, dal punto di vista antropologico, una finzione. Nasciamo dipendenti, diventiamo adulti grazie alla cura degli altri, costruiamo la nostra identità attraverso relazioni e appartenenze e, nella vecchiaia, torniamo spesso ad avere bisogno di assistenza. La dipendenza reciproca non è un incidente della condizione umana. Ne è una caratteristica strutturale.

Quando tutto deve passare attraverso il mercato

L’economia moderna ha accompagnato questa trasformazione convertendo una quantità crescente di attività un tempo inserite nella reciprocità familiare e comunitaria in servizi acquistabili. Accudire un bambino, assistere un anziano, preparare il cibo, educare, accompagnare, ascoltare e perfino fare compagnia possono oggi essere acquistati sul mercato. Questa evoluzione ha prodotto vantaggi enormi: ha creato occupazione, professionalizzato attività di cura, liberato tempo e permesso alle donne di accedere a opportunità che alle generazioni precedenti erano spesso negate. Ma ogni trasformazione economica produce anche effetti che non compaiono immediatamente nei conti nazionali.

Abbiamo guadagnato servizi, ma abbiamo perso una parte delle reti che rendevano quei servizi meno necessari. Abbiamo aumentato il reddito monetario necessario per vivere proprio mentre diminuiva la parte dell’esistenza sostenuta attraverso la reciprocità. Il risultato è un paradosso: individui formalmente più autonomi sono diventati, sotto molti aspetti, più dipendenti dal reddito. Se la nonna, la sorella, la vicina o l’amica non possono più aiutare, occorre acquistare tempo e assistenza. Se il quartiere non è più una comunità, la prossimità deve essere organizzata. Se le reti informali si dissolvono, molte funzioni che esse svolgevano devono essere trasferite al mercato o allo Stato.

Questo paradosso emerge con particolare chiarezza nel modo in cui misuriamo la ricchezza. Se una donna accudisce gratuitamente il proprio figlio, prepara il cibo, lo accompagna, lo educa e trascorre la notte sveglia perché ha la febbre, quel lavoro non entra nel prodotto interno lordo. Se le stesse attività vengono acquistate sotto forma di babysitting, assistenza, ristorazione o servizi educativi, diventano produzione economica contabilizzata. Non significa che dovremmo attribuire un prezzo all’amore o alla maternità. Significa che i nostri strumenti economici sono molto più capaci di misurare ciò che ha un prezzo di quanto lo siano nel misurare ciò che ha valore.

I dati italiani rendono evidente la dimensione di ciò che rimane fuori dal mercato. Secondo l’ISTAT, nel 2014 in Italia sono state svolte 71 miliardi e 353 milioni di ore di lavoro non retribuito, comprendendo attività domestiche, cura di bambini, adulti e anziani, volontariato, aiuti informali e spostamenti connessi, contro 41 miliardi e 794 milioni di ore di lavoro retribuito stimate nei Conti nazionali [1]. Il lavoro che non passa attraverso il mercato non è dunque marginale: è una parte gigantesca dell’infrastruttura invisibile che consente alla società e alla stessa economia di funzionare. [Nota 1]

La donna come individuo perfettamente autonomo

Dentro questa trasformazione si colloca la vicenda specifica dell’emancipazione femminile. Per liberare la donna da un modello che troppo spesso la rendeva economicamente dipendente dall’uomo, abbiamo costruito un ideale opposto: quello della donna che non deve dipendere da nessuno. Deve avere il proprio reddito, la propria carriera, la propria casa, la propria identità e la propria realizzazione. Tutto questo è una conquista quando amplia lo spazio della scelta. Diventa invece problematico quando si trasforma nell’unico linguaggio socialmente riconosciuto del valore.

La domanda, allora, non è se una donna debba lavorare oppure essere madre. È una contrapposizione troppo semplice e, in fondo, già superata dalla realtà. La domanda è perché abbiamo deciso che alcune forme di produzione di valore debbano essere riconosciute e altre quasi invisibili. Se una donna dirige un’azienda, insegna, cura professionalmente un’altra persona o produce un servizio vendibile, il suo contributo è immediatamente leggibile nelle categorie economiche. Se dedica alcuni anni a generare, allattare, crescere ed educare un essere umano, quella stessa società tende invece a descrivere quel periodo come un’interruzione della sua vera traiettoria professionale.

La crescita dell’occupazione femminile rappresenta una trasformazione storica e in larga parte positiva. Proprio per questo possiamo permetterci oggi una domanda più matura. Non si tratta di discutere se le donne dovessero entrare nel mercato del lavoro, ma di chiederci se, nel costruire una società fondata sul lavoro retribuito di uomini e donne, abbiamo contemporaneamente riconosciuto e protetto il tempo necessario alla cura, alla generazione e alla costruzione delle relazioni sociali. In altre parole, l’indipendenza economica non avrebbe dovuto richiedere la rinuncia all’interdipendenza: la prima amplia la libertà della donna, la seconda rende possibile sostenere nel tempo la cura, la maternità e i legami.

La natalità non è soltanto una questione di reddito

Quando parliamo del crollo delle nascite, cerchiamo quasi sempre una spiegazione economica. Le case costano troppo, i salari sono bassi, il lavoro è precario, i servizi per l’infanzia sono insufficienti. Sono problemi reali e incidono sulle decisioni individuali. Ma difficilmente possono spiegare, da soli, una trasformazione demografica che attraversa società con livelli di reddito, sistemi di welfare e politiche familiari molto differenti. Società assai più povere delle nostre hanno avuto molti più figli e generazioni che disponevano di una frazione della nostra ricchezza materiale consideravano comunque possibile generare una famiglia.

Anche l’OCSE descrive il declino della fecondità come il risultato di una pluralità di trasformazioni: condizioni economiche e lavorative, costi abitativi e di crescita dei figli, rinvio della genitorialità, mutamenti nella formazione delle famiglie, norme sociali e maggiore autonomia nelle scelte riproduttive [2]. Le condizioni materiali contano, ma sono inserite dentro un cambiamento culturale e antropologico più profondo. La questione diventa allora non soltanto quanto costa avere un figlio, ma quale posto occupano la maternità, la paternità, la cura e la continuità generazionale nell’immaginario di una società.

La demografia italiana rende la questione concreta. Nel 2024 la fecondità è scesa a 1,18 figli per donna e nel 2025 a 1,14 [3]. Nel 2024 l’Italia registrava inoltre l’età media alla nascita del primo figlio più elevata dell’Unione europea, pari a 31,9 anni. Il fenomeno non è esclusivamente italiano: nell’Unione europea il numero medio di figli per donna è passato da 1,57 nel 2010 a 1,34 nel 2024 [4]. Non stiamo osservando una semplice oscillazione congiunturale, ma una trasformazione strutturale del rapporto tra individui, generazioni e futuro.

La maternità tra libertà individuale e continuità collettiva

Esiste una verità elementare che il dibattito contemporaneo sembra talvolta faticare a pronunciare: senza maternità non esiste futuro umano. Ogni donna deve essere libera di non avere figli, ma il fatto che la decisione appartenga alla sfera della libertà individuale non rende la maternità socialmente irrilevante. Sono due piani differenti. La scelta di avere o non avere un figlio appartiene alla persona; la capacità di una società di riprodursi e continuare a esistere riguarda necessariamente la collettività.

Non si tratta di trasformare la maternità in un obbligo morale. Si tratta di riconoscere un dato demografico e antropologico. Ogni nuova generazione è anche un investimento di lunghissimo periodo. Un bambino nasce completamente dipendente e, per molti anni, qualcuno dovrà nutrirlo, proteggerlo, educarlo, curarlo e introdurlo nella comunità. Soltanto molto tempo dopo diventerà l’adulto che lavorerà, produrrà reddito, pagherà imposte, contribuirà al sistema previdenziale e si prenderà a sua volta cura di altri. L’economia ha bisogno delle generazioni future, ma tende a considerare quasi naturale e spontaneo il lavoro necessario a generarle e crescerle.

Quando quelle generazioni diminuiscono, le conseguenze diventano collettive. Diminuiscono i lavoratori e i contribuenti, aumenta l’età della popolazione, cresce il rapporto tra persone da sostenere e popolazione attiva e il welfare viene sottoposto a pressioni sempre maggiori. L’età mediana nell’Unione europea è passata da 39,3 anni nel 2004 a 44,7 nel 2024 [5]. La denatalità, quindi, non riguarda soltanto quanti bambini nascono oggi: modifica progressivamente la struttura dell’intera società.

Di fronte a questa tendenza rispondiamo spesso con bonus, assegni e incentivi. Sono strumenti che possono essere utili, ma rischiano di affrontare con il denaro un problema che forse non nasce principalmente dal denaro. Una donna non decide di generare una vita quando il proprio conto corrente raggiunge una cifra astrattamente sufficiente. Lo fa anche quando riesce a immaginare quella vita dentro la propria, quando la maternità non appare come un carico da aggiungere a tutto il resto e, soprattutto, quando sente che non dovrà affrontarla in solitudine. Forse una parte della denatalità contemporanea va cercata proprio qui: non soltanto nella precarietà economica, ma nell’isolamento di una donna alla quale abbiamo insegnato che essere adulta, libera e realizzata significa essere indipendente, autosufficiente e capace di giostrare tutto senza avere troppo bisogno degli altri.

La maternità dopo la dissoluzione della rete

La maternità contemporanea è stata costruita dopo che una parte significativa dell’ecosistema sociale che la rendeva sostenibile era già stata smontata. Non è scomparsa soltanto la famiglia allargata. Si sono indeboliti il vicinato, le relazioni di prossimità, le comunità territoriali, le appartenenze stabili e molte forme quotidiane di solidarietà informale. La nonna non vive più necessariamente nella stanza accanto, la sorella al piano di sopra o la vicina dietro la porta. Ma, soprattutto, non esiste più necessariamente una comunità nella quale chiedere aiuto senza trasformare ogni bisogno in una prestazione da acquistare.

Abbiamo così affidato a una coppia, e molto spesso soprattutto alla donna, un compito che per gran parte della storia umana è stato distribuito tra molte persone. Le abbiamo chiesto di lavorare come se non avesse figli e di crescere i figli come se non lavorasse; di essere presente e insieme perfettamente mobile; di costruire relazioni profonde e nello stesso tempo di non dipendere da nessuno. La contraddizione non è soltanto organizzativa: è culturale. Abbiamo trasformato la dipendenza reciproca in qualcosa da cui emanciparsi e poi ci sorprendiamo quando le esperienze che richiedono più interdipendenza diventano meno desiderabili.

La maternità, in questo senso, non è semplicemente una mansione o un servizio di cura quantificabile in ore. È una possibilità inscritta nel corpo femminile e, per chi sceglie di viverla, può diventare una delle esperienze attraverso cui costruire identità, appartenenza, continuità e significato. Riconoscerlo non significa affermare che ogni donna debba diventare madre. Significa rifiutare l’idea che la libertà femminile richieda necessariamente di considerare la maternità marginale rispetto alla realizzazione personale.

Una società di isole

Il problema, a questo punto, non riguarda più soltanto le donne e non riguarda neppure soltanto la natalità. Riguarda il modello di società che abbiamo costruito. L’economia contemporanea premia un individuo autonomo, mobile, produttivo, capace di massimizzare le proprie opportunità e di investire continuamente su se stesso. Generare e crescere un figlio richiede invece, almeno per una parte della vita, quasi il contrario: accettare la dipendenza di un altro essere umano, cedere tempo, limitare una parte della propria libertà, investire enormemente in qualcuno diverso da sé senza poter calcolare un ritorno. Richiede cura, dono, responsabilità e continuità.

In termini strettamente individualistici, la maternità e, più in generale, la cura possono apparire irrazionali. In termini antropologici sono invece tra le condizioni che permettono alla società di continuare a esistere. Ed è forse qui che emerge la contraddizione più profonda del nostro modello: abbiamo costruito una cultura capace di massimizzare l’autonomia dell’individuo, ma che rischia di rendere progressivamente più deboli proprio quei legami dai quali dipende la propria continuità.

La famiglia è certamente uno dei luoghi fondamentali dell’interdipendenza, ma non è l’unico e non è questo il punto centrale. Una società vitale ha bisogno di famiglie, ma anche di vicinati, amicizie durature, comunità locali, associazioni, reti professionali, luoghi di appartenenza e relazioni tra generazioni. Ha bisogno di spazi nei quali le persone possano essere utili le une alle altre senza che ogni scambio debba assumere la forma di un contratto o di una transazione economica. Quando questi legami si indeboliscono, non diventiamo semplicemente più liberi. Diventiamo anche più esposti, più dipendenti dal mercato e più soli.

È forse dalla maternità che questa trasformazione diventa più evidente, perché è nella maternità che l’illusione dell’individuo autosufficiente incontra il limite della natura umana. Una donna che genera un figlio non svolge semplicemente una funzione sociale: il suo corpo genera quella vita, la nutre prima ancora della nascita e può continuare a nutrirla dopo. Il bambino riconosce la sua voce, il suo odore, il suo contatto, e tra madre e figlio si costruisce una relazione che non può essere ridotta a un insieme di prestazioni di cura e che proprio per questo non può essere semplicemente trasferita a qualcun altro. Una babysitter può essere preziosa e un asilo nido può essere necessario; entrambi possono aiutare una madre a lavorare, riposare e organizzare la propria vita, ma aiutare una madre non significa sostituirla. Una babysitter non è una madre e un servizio educativo non è maternità.

Allo stesso modo, né la babysitter né l’asilo nido possono sostituire quella rete di rapporti umani che un tempo circondava la madre e il bambino. Ciò che abbiamo progressivamente perduto non è soltanto la presenza della donna dentro la casa e neppure semplicemente la famiglia tradizionale, ma una parte dell’ecosistema umano nel quale la maternità si svolgeva. Intorno alla madre esistevano altre donne, altre madri, nonne, sorelle, zie, cognate e vicine; intorno al bambino esistevano fratelli, cugini, anziani, famiglie vicine e persone che lo conoscevano e che, in misura diversa, si sentivano responsabili anche di lui. Esistevano il cortile, il vicinato, il paese, la parrocchia, le associazioni e una moltitudine di luoghi nei quali le relazioni non dovevano essere organizzate, prenotate o acquistate. Quella comunità non sostituiva la madre: la rendeva meno sola. Ed è questa distinzione che rischiamo di aver perduto. L’interdipendenza non era assenza di libertà: era la possibilità di non dover trasformare l’indipendenza in autosufficienza.

Di fronte alla dissoluzione di quelle reti abbiamo cercato una soluzione coerente con il nostro modello economico: trasformare il sostegno in servizio. Babysitter, asili e assistenza rispondono a bisogni reali e spesso sono indispensabili, ma non ricostruiscono ciò che è stato perduto. Il mercato può remunerare la cura e lo Stato può organizzare servizi efficienti; nessuno dei due, però, può produrre per decreto quella trama di appartenenza, reciprocità, memoria e responsabilità condivisa che nasce dai rapporti umani. Una prestazione termina con il compito; un legame, per sua natura, continua oltre di esso.

La questione diventa ancora più profonda quando questa trasformazione viene presentata come emancipazione femminile, perché rischiamo di aver commesso un errore storico: invece di costruire una società nella quale la donna potesse essere libera senza dover rinunciare alla propria dimensione materna, abbiamo progressivamente adattato la donna a un modello economico e sociale costruito intorno a un individuo teoricamente privo di dipendenze. Abbiamo detto alle donne che per essere libere dovevano poter essere economicamente indipendenti, ed era giusto; ma quasi impercettibilmente l’indipendenza economica è diventata indipendenza come valore assoluto. Così il legame, la dipendenza del bambino, la cura, il tempo donato, la presenza e persino il sacrificio hanno cominciato a entrare in conflitto con ciò che la società contemporanea definisce realizzazione. Abbiamo liberato la donna dall’obbligo di essere madre, ma non siamo stati altrettanto capaci di costruire una società nella quale una donna possa scegliere di esserlo senza percepire quella scelta come una diminuzione delle proprie possibilità.

Il paradosso è che, mentre celebravamo l’autonomia, abbiamo progressivamente smantellato la rete che sosteneva la maternità e poi abbiamo chiesto alla singola donna di sopportarne quasi individualmente il peso. Deve essere economicamente indipendente, professionalmente realizzata, emotivamente autonoma, presente, informata e capace di tenere insieme lavoro, casa, coppia, figli e spesso genitori anziani. Quando quel peso diventa insostenibile, cerchiamo di compensarlo attraverso il mercato e i servizi, senza mettere realmente in discussione l’ideale che lo ha prodotto: quello della donna che deve riuscire a fare tutto e, possibilmente, senza dipendere da nessuno.

Eppure una madre non ha bisogno soltanto di servizi. Ha bisogno di tempo, di presenza, di altre donne e di uomini che assumano pienamente la propria responsabilità; ha bisogno di nonni, quando ci sono, di amici, di vicini e di luoghi di appartenenza. Ha bisogno di una società che non consideri il tempo trascorso con un figlio come tempo sottratto alla parte produttiva della sua esistenza e, soprattutto, di non essere lasciata sola davanti a una responsabilità che la società intera ha interesse a vedere compiuta. È qui che la crisi della natalità assume un significato che va molto oltre la demografia, perché ci costringe a domandarci se il problema sia davvero soltanto quanto costa avere un figlio o se riguardi anche il tipo di vita dentro il quale chiediamo alle donne di immaginare la maternità.

Forse le donne fanno meno figli non soltanto perché i figli costano, perché manca il lavoro stabile o perché gli asili sono insufficienti. Dobbiamo chiederci anche che cosa abbiamo fatto della maternità, quale posto le abbiamo assegnato nella gerarchia dei valori contemporanei e quale immagine abbiamo costruito della donna realizzata. Se diventare madre significa aggiungere una responsabilità enorme a una vita che deve continuare a funzionare come prima, senza una rete stabile di relazioni e senza che sia socialmente legittimo avere bisogno degli altri, la maternità può apparire non come una dimensione possibile della vita, ma come un rischio capace di far crollare un equilibrio già fragile. La domanda sulla denatalità diventa quindi anche una domanda sull’isolamento.

Questa domanda ci obbliga a rivedere alcuni valori fondamentali, non per riportare indietro le donne, togliere loro l’indipendenza economica conquistata o trasformare nuovamente la maternità in un destino obbligatorio, perché significherebbe soltanto sostituire una costrizione con un’altra. La questione è più radicale: dobbiamo domandarci se la società alla quale abbiamo chiesto alle donne di adattarsi sia davvero il punto di arrivo dell’emancipazione umana. Forse abbiamo attribuito troppo valore all’autonomia e troppo poco all’interdipendenza, troppo alla produttività e troppo poco alla cura, troppo alla libertà intesa come assenza di vincoli e troppo poco alla libertà di costruire legami, troppo a ciò che può essere acquistato e troppo poco a ciò che può esistere soltanto attraverso la reciprocità. L'indipendenza economica può liberare una donna da una dipendenza oppressiva; l’idea che non debba avere bisogno di nessuno può invece lasciarla terribilmente sola.

Dobbiamo forse recuperare anche una parola diventata scomoda: sacrificio. Non il sacrificio imposto alle donne, che appartiene a un modello che abbiamo giustamente superato, ma il sacrificio come componente inevitabile di qualsiasi legame umano profondo. Essere madre comporta una rinuncia a una parte di sé, così come amare, educare, assistere e appartenere a una comunità significa talvolta anteporre il bisogno di qualcun altro al proprio interesse immediato. Una società che considera ogni rinuncia una perdita e ogni dipendenza un fallimento finisce inevitabilmente per rendere incomprensibili proprio i legami dai quali dipende la propria continuità. La vera alternativa, allora, non è tra dipendenza e indipendenza, ma tra una dipendenza che può diventare oppressione e un’interdipendenza che rende possibile la vita umana.

La maternità ci costringe così a porci una domanda che riguarda il fondamento stesso della nostra società: vogliamo continuare a costruire un mondo nel quale ogni dipendenza deve essere eliminata, ogni bisogno trasformato in servizio e ogni individuo reso il più possibile autosufficiente, oppure vogliamo riconoscere che l’interdipendenza appartiene alla natura umana e che non tutto ciò di cui abbiamo bisogno può essere prodotto dal mercato? Quando le donne sono diventate isole, non abbiamo semplicemente chiesto loro di lavorare: abbiamo chiesto loro di essere madri dentro una società che aveva progressivamente dissolto gran parte delle relazioni che rendevano la maternità un’esperienza sostenuta dagli altri, e poi abbiamo chiamato indipendenza la loro capacità di riuscire comunque a fare tutto.

Se vogliamo davvero comprendere la denatalità, forse dobbiamo cominciare da qui. Prima di chiederci quanti soldi, quanti bonus o quanti servizi servano perché una donna decida di avere un figlio, dovremmo chiederci quale società dobbiamo ricostruire perché possa desiderare di diventare madre senza sentirsi costretta a gestire da sola anche la maternità. Abbiamo trasformato un’esperienza che per gran parte della storia umana si svolgeva dentro una rete di interdipendenze in una responsabilità sempre più individuale. La maternità appartiene alla donna, ma la generazione successiva appartiene al futuro di una comunità intera; e se una società vuole ancora avere un futuro, deve forse tornare a dare valore non soltanto alla donna indipendente che sa fare tutto da sola, ma alla madre che non dovrebbe essere costretta a farlo.

Fonti dei dati

[1] ISTAT, Le casalinghe in Italia. Anno 2016, 10 luglio 2017. Dati sul lavoro non retribuito e retribuito riferiti al 2014. https://www.istat.it/comunicato-stampa/le-casalinghe-in-italia-anno-2016/

[2] OECD, Society at a Glance 2024, capitolo “Fertility trends across the OECD: Underlying drivers and the role for policy”. https://www.oecd.org/en/publications/society-at-a-glance-2024_918d8db3-en/full-report/fertility-trends-across-the-oecd-underlying-drivers-and-the-role-for-policy_770679b8.html

[3] ISTAT, Indicatori demografici – Anno 2025, 31 marzo 2026; e Indicatori demografici – Anno 2024, 31 marzo 2025. https://www.istat.it/comunicato-stampa/indicatori-demografici-anno-2025/ ; https://www.istat.it/comunicato-stampa/indicatori-demografici-anno-2024/

[4] Eurostat, Fertility statistics, dati 2024 (estratti il 19 febbraio 2026): tasso di fecondità UE, andamento dal 2010 ed età media al primo figlio. https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Fertility_statistics

[5] Eurostat, Demography of Europe – 2025 edition: età mediana della popolazione UE, 2004-2024. https://ec.europa.eu/eurostat/web/interactive-publications/demography-2025

Nota 1. Il dato si riferisce all’ultima quantificazione complessiva ISTAT disponibile e direttamente comparabile. L’ISTAT ha realizzato una nuova Indagine Uso del tempo riferita al 2023; tuttavia, al 2026, il rilascio dei microdati disponibile non comprende i diari giornalieri necessari per aggiornare questa specifica quantificazione del lavoro non retribuito.